Il nostro teatro interno

DiDott. Vincenzo Vannoni

Il nostro teatro interno

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teatro galli vecchio e nuovoNel mondo del l’esercizio e le prove che si nascondono dietro le quinte colpiscono per le loro peculiarità: la costruzione, il muovere le scene, la fatica, l’organizzazione, l’apprendimento, l’appuntamento con la parte che dovrà essere rappresentata. Ma accanto al lavoro è evidente e determinante, a motivazione dell’impegno, la presenza della componente ludica, il piacere del fare il gioco del teatro.

Elena Benedetta Croce, riferendosi al lavoro di Callois avvicina la forma di gioco definita Mimicry, anche se non esclusivamente, a quanto accade nello , gioco in cui il piacere è quello di essere un altro, o di farsi passare per un altro, per uno scopo che non è ingannare lo spettatore, ma liberare la personalità vera del soggetto.

Nel gioco teatrale c’è lo scambio delle parti, le quinte che separano, le luci di scena che cambiano il chiaro e le tenebre, ci sono gli attori e c’è il pubblico. Va in scena il dialogo, più persone si alternano e si espongono; le realtà dei protagonisti si contrappongono, si incontrano, appaiono tutte recitabili e forse tutte presenti dentro ciascun attore. Il palco si affaccia alla sala e la presenza del pubblico, l’altro fuori dalla scena, diventa triangolazione. Cesare Pavese in un passaggio del suo lungo diario diceva che le due gioie dello scrivere sono il parlare a sé e alla folla, dichiarando la necessità di legami e di un terzo a cui svelarsi. Esiste probabilmente una analogia con quanto avviene nel recitare. L’attore comunica con se stesso e lo fa nello spazio della scena, il theatron, il cui rimando etimologico è il luogo per guardare, uno spazio in cui si rappresentano le relazioni e i loro drammi, in cui si configura un nuovo senso, un nuovo vertice di osservazione anche della propria condizione.

L’incontro con l’altro è una delle caratteristiche salienti dello . I componenti del gruppo funzionano da io ausiliari nel momento del gioco e svolgono un ruolo fondamentale nei processi identificatori. Scrivono i Lemoine: 

…il ruolo dell’io ausiliare: consente all’attore principale di misurare la distanza tra il personaggio che egli rivive e quello che il suo vicino incarna. Quando è in grado di sentire – di vivere nel suo corpo – il ruolo dell’altro, la distanza che lo separava da lui si annulla e l’angoscia d’essere l’altro scompare. Si tratta solo di identificazione .

Lo psicodramma ha nella ripetizione uno dei suoi strumenti precipui. In ogni ripetizione non si compie mai un atto meccanico, questa non è mai una duplicazione esatta, come sanno bene i genitori di figli piccoli quando ad ogni successiva narrazione della stessa favola vengono ripresi perché inseriscono elementi nuovi alla trama conosciuta. Nel gruppo di psicodramma non si ripete mai nella stessa maniera, esiste sempre una piccola differenza e per questo la ripetizione non è mai meccanica, ma sempre rivissuta. Lo psicodramma è soprattutto uno strumento terapeutico che mobilita l’enpasse denunciato dalla sovrapposizione di ripetizioni

Il ponte narrativo creato dal registro dell’immaginario apre, nella rappresentazione e nella ripetizione dei discorsi, dei giochi e dei processi identificatori tra i componenti del gruppo e con i terapeuti, alla dimensione più simbolica del pensiero. La funzione esercitata dai due terapeuti, animatore e osservatore, è ciò che consente questo lavoro di cerniera, di accettazione dello scarto, della mancanza.

Una definizione sintetica dello psicodramma appare dunque difficile alla luce delle ricche e complesse dinamiche che il dispositivo attiva nel gruppo e per la profondità con cui ogni sua funzione può essere declinata dal punto di vista clinico e teorico.
In un passaggio in cui la potenza dell’immaginazione è indicata come trasformativa del reale attraverso la funzione rappresentativa i Lemoine scrivono:

…lo psicodramma consiste nel ripetere in età adulta, e non solamente a fini meramente ludici (supponendo che il gioco infantile non abbia altri fini, il che è errato), il gioco del “papà e della mamma” … . Esso ricrea quindi per l’individuo assorbito nella famiglia, questa funzione di rappresentazione indispensabile che è una funzione di digestione del reale in virtù della potenza creatrice dell’immaginazione. E’ un’operazione nel vero senso della parola. Ogni società ha trovato il suo strumento adatto. Oggigiorno il teatro non risponde probabilmente più a questo uso. Tutte le forme della drammatica tendono a sopperire questa mancanza. La funzione della rappresentazione così intesa serve a segnare la divisione tra l’immaginario e il reale. Salva letteralmente l’uomo dal delirio e dalla distruzione, aprendogli il campo del simbolico .

 

Fonti:

  • E.B. Croce, Il volo della farfalla, Roma. Edizioni Borla, 2010, pag. 139.
  • R. Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine, Milano, Bompiani, 2000.
  • C. Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 2000.
  • “teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; […]”, Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/teatro.
  • G. Lemoine e P. Lemoine, Lo psicodramma, Milano, Feltrinelli Editore, 1977

 

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